Il lato nascosto

Book Cover: Il lato nascosto
Part of the Italian Translations series:
Editions:Digital: $ 5.99
ISBN: 978-1-64405-497-0
Pages: 50,344

Ian McVeigh è un seduttore felicemente single da anni, disinibito e apertamente gay, che non riesce a spiegarsi l’inaspettato desiderio e il sentimento di protezione che prova quando incontra David: rugbista, disoccupato e nuovo delizioso amante del suo capo. David Kelly è un mantenuto, e decisamente al di fuori della sua portata. È impossibile che un ragazzo così esigente e affascinante presti un briciolo di attenzione a un uomo come lui, con pochi mezzi per corteggiarlo.

Eppure, un giorno, David non solo lo guarda, ma lo tocca, lo stuzzica, e fa di tutto meno che invitare Ian a rubarlo al suo protettore. Ma David non può permettere a niente e a nessuno di abbattere i muri protettivi che ha costruito attorno a sé con tanta attenzione. Ian non sa molto del suo passato, e quello che non sa potrebbe nuocere a entrambi.

Ian sostiene che i trascorsi di David non abbiano importanza, ma quando lo vede con un ricco uomo maturo, pensa immediatamente al peggio. Dovranno entrambi imparare a essere onesti, se non vorranno restare da soli per sempre.

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Publisher: Dreamspinner Press
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Capitolo 1

LE BOTTIGLIE tintinnarono leggermente mentre le sistemavo per la quarantesima volta. Non riuscivo a posizionarle in un modo che mi convincesse. Non capivo perché: di solito non avevo problemi del genere, ma quel giorno sembrava che non me ne andasse bene una. Mi pareva tutto sbagliato. Sotto i riflettori i liquidi nelle bottiglie non sembravano affatto liquore, e i calici avevano delle macchie anche se li avevo fatti lucidare da una mia aiutante. Due volte.

“Devi spostare la più alta dal fondo.”

A parlare era stata una bassa voce accentata che mi fece venire la pelle d’oca sulle braccia e risvegliò altre parti del corpo. Mi si rizzarono i capelli corti sulla nuca e mi voltai. “Adesso sei uno scenografo?”

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L’uomo che aveva parlato mi sorrise, e io riuscii a malapena a soffocare un gemito quando infilò una mano nella tasca anteriore di un paio di pantaloncini in jeans molto corti. Il suo accento nordirlandese era diverso da quello di tutti gli altri colleghi, e mi accarezzava la pelle come il tocco provocante di un amante. Mi faceva impazzire.

Mi piegai in modo da appoggiare il sedere sul bordo del bancone traballante che stavo cercando di far assomigliare a un pub irlandese degli anni Cinquanta. Se non altro la posizione mi permise di mimetizzare il crescente rigonfiamento nei miei pantaloni.

“Solo uno scalatore sociale annoiato,” rispose David. “Vuoi una mano?”

“È un lavoro da iscritti al sindacato.”

Lui annuì e salì sul set insonorizzato. Quei pantaloncini corti gli si sollevarono sulla coscia muscolosa, rivelando un livido sulla pelle, forse rimastogli da una delle sue partite di rugby. Le frange dei jeans tagliati si mescolavano con la peluria scura.

Deglutii. A fatica.

“Tutti i lavori sono da iscritti al sindacato,” ribatté iniziando a spostare le bottiglie. Per farlo dovette sollevarsi sulla punta dei piedi, dato che era più basso di me di tutta la testa, e avvicinarsi, visto che lo spazio dietro al finto bancone era stretto. Mi bloccò l’uscita dall’angolo con il suo corpo allungato e asciutto. “Tutti sono indietro nella tabella di marcia,” proseguì. “E Ricky sta un po’ dando di matto. E quando va’ fuori di testa il mio sedere soffre più del necessario, sai?”

“Ricky.”

Ricky stava sempre dando di matto per un motivo o per l’altro. Era il direttore dell’emittente, e secondo me era decisamente troppo impulsivo per quel lavoro. Ma io ero un set designer, e molto poco di quello che succedeva lì dentro dipendeva dalla mia approvazione. Tuttavia, il promemoria che questo ragazzo sexy e provocante si scopava il mio capo – o più probabilmente si lasciava scopare da lui, conoscendo Richard Cornwall – spense in fretta la mia erezione.

“Ti ha mandato a controllarmi?” Non avrei escluso che quella serpe inviasse il suo giocattolino a controllare i dipendenti. Non era piacevole lavorare per Richard, e non riuscivo proprio a immaginare come avesse catturato l’attenzione di David.

“No. Mi ha mandato a cercare qualcosa.” David diede una mezza scrollata di spalle che gli sollevò la canottiera rivelando un fianco liscio e un altro livido, ancora più recente.

Fui davvero tentato di allungare una mano e sfiorare il segno con un dito, come se potessi in qualche modo lenirlo.

“Ed è probabile,” stava dicendo David, “che mi volesse fuori dai piedi.” Aggrottò lievemente la fronte mentre tornava ad appoggiare i piedi e poi si voltò verso di me. La sua espressione imbronciata lo aveva portato a spingere in fuori le labbra piene, e provai l’improvviso impulso di baciarlo. Percepivo il suo calore corporeo, assieme all’odore di sesso mescolato al legno e alla vernice del set. L’odore di un altro uomo su di lui non avrebbe dovuto eccitarmi tanto. Il fatto che ci riuscisse indicava quanto ormai fossi perso, ed ero certo che se avessi trattenuto il fiato ancora un po’, sarei svenuto.

“Chiedo scusa.” Lo superai con qualche contorsione, e nel passare mi strusciai contro il suo corpo in modo tale che sapesse al di là di ogni dubbio (se mai ne avesse avuti) che ero del tutto senza vergogna. Scesi dal palco con un salto, senza guardarmi indietro quando lo sentii ridacchiare.

Mi affrettai verso l’ufficio di Richard: forse, se avessi saputo che cosa dovesse cercare David, avrei potuto aiutare a trovarlo. Una logica astrusa mi diceva che con quello lo avrei allontanato da me e dalla mia debole capacità di resistere alle tentazioni. E allo stesso tempo speravo che mi permettesse di restargli vicino mentre cercavamo assieme.

Di solito non lasciavo che fosse il mio uccello a pensare per me. Di solito non dovevo affrontare uomini con il corpo di David, entusiasti e seducenti, e in cerca solo di una scusa per far incazzare i loro irascibili amanti attuali. Non mi illudevo che volesse proprio me nello specifico: ero solo a portata di mano, gay e single. Il che mi rendeva comodo.

Diedi un colpetto sulla porta di Richard ed entrai. “Ehi.”

“L’hai trovato?” Richard non si voltò, era intento a rovistare nel suo ufficio. Era evidente che stesse freneticamente cercando qualcosa, e io incrociai le braccia sul petto prima di rispondere.

“No.”

“David, vai a vedere nel camerino. L’ultima volta lo abbiamo usato là. Avevi detto che l’avresti pulito prima di riportarlo indietro. Ti giuro, David, se qualcun altro lo trova, ti conviene tenere chiusa la tua bocca da puttana.”

Sbuffai, cercando di tenere per me la mia opinione sul suo commento. Quello stronzo non apprezzava minimamente quello che aveva.

“Lo so. Lo so. È solo un dildo, ma potrebbe farmi licenziare se qualcuno lo venisse a sapere e scoprisse quello che facciamo. Inoltre, i trifogli sono davvero umilianti. Non riesco a capire perché vuoi qualcosa di così pacchiano dentro di te.” Si era spostato verso la cassapanca sotto la finestra e vi si era praticamente ficcato dentro per metà. Non volevo sapere che razza di armamentari potesse estrarre da lì, e non volevo neppure sfidare la tentazione di spingerlo dentro del tutto e chiudere il coperchio. Il suo disprezzo per l’uomo con cui presumibilmente aveva una relazione mi faceva venire il voltastomaco.

Mi voltai per andarmene senza dire una parola e fu allora che lo notai, proprio in piena vista su una libreria dietro la porta. Un lungo e flessibile dildo in gomma, con dei brillantini verdi e dei trifogli incisi sulla superficie. Incredibile. Lo presi e me ne andai.

Una breve deviazione alla mensa, dove avevo lasciato la mia borsa a tracolla, mi permise di depositare il giocattolo dove non avrebbe potuto arrecare danno a nessuno. Poi tornai al mio posto, tenendo quasi del tutto sotto controllo la collera per il completo disprezzo che Richard mostrava per il suo amante. Ero certo che quella rabbia scaturisse dalla certezza che io avrei trattato David come meritava di essere trattato. Non lo avrei mai e poi mai chiamato puttana.

Era ancora sul set, intento a estrarre oggetti dalle scatole e a riempire gli scaffali dietro al finto bancone con pile di sottobicchieri in cartone e shaker per bevande in argento brillante. Mi unii a lui e iniziai a far scivolare i bicchieri per il vino negli spazi sopra al bancone, mentre lui li lucidava.

“Avevano qualche macchia, mi è parso.”

Ridacchiai, grato che non fosse stata solo una mia impressione. “Sai che non devi farlo per forza,” gli ricordai.

“Lo so.” Mi sorrise, mostrandomi i suoi denti perfetti. “È più divertente lasciar pensare a Ricky che sto facendo quello che mi ha detto piuttosto che farlo davvero.”

“Ma almeno ti piace?”

David scrollò le spalle. “Il rugby è un bel gioco. Non dura per sempre, però.”

“E ti ricopre di lividi,” mormorai, sfiorando con le punte delle dita un’altra botta sul suo avambraccio.

Lui mi fece l’occhiolino. “Quello è vero.” L’occhiolino chiaramente suggeriva che forse non c’era solo il rugby da incolpare per tutti quei lividi. “Non paga chissà quanto, però.”

“E Ricky sì?”

“Indirettamente.” Appoggiò l’ultimo bicchiere sul bancone e si voltò a guardarmi. “Ti dà fastidio? Sapere che lascio che mi scopi e che mi offra cene eleganti?”

“Non è il mio culo che sta arando,” risposi, cercando di mantenermi diplomatico.

Erano mesi che cercavo di rispondere alla stessa domanda, dalla prima volta che era uscito con grazia dall’ufficio di Richard, una sera in cui l’edificio avrebbe dovuto essere deserto da un pezzo. Stavo dando gli ultimi ritocchi al set di un appartamento, e l’avevo visto affrettarsi fuori dall’ufficio e lungo il corridoio, diretto al bagno degli uomini, con i pantaloni in mano e l’aspetto di qualcuno che aveva appena ricevuto una bella ripassata.

Ma allora aveva un sorriso in volto, e la battuta che aveva esclamato da sopra una spalla mentre si allontanava mi aveva lasciato sperare, all’epoca, che magari fosse appena comparso qualcuno in grado di ammorbidire gli spigoli più duri del carattere di Richard.

Eravamo stati entrambi due illusi a crederlo. Iniziavo a notare dei cedimenti in David, nei punti in cui il caratteraccio di Richard stava facendo breccia, e non mi piaceva.

David annuì. “Certo, ed è vero.”

Si rimise a lavorare, impilando piatti e tazze in un’abile approssimazione di un vero pub, e io mi ritrovai ad ammirare il suo occhio per i dettagli. E il suo culo. Mi domandai perplesso perché non mi desse fastidio che lo usasse per pagare l’affitto. Forse perché lui in prima persona non si vergognava di farlo. Non fingeva di essere qualcuno che non era, e il suo atteggiamento era affascinante, anche se non si poteva dire lo stesso del suo lavoro.

“E quindi penserai che sono una…”

“Merda.”

“Cosa?” David si accigliò.

Indicai il lato opposto della stanza. Richard stava emergendo dal suo ufficio. “Richard. Ha il colore sbagliato. È tutto rosso. Non gli sta bene.”

David lo guardò incedere nella stanza. “È di certo incazzato.”

“Sai perché?”

Pensavo che avrebbe accennato al dildo scomparso, ma schivò l’argomento e rispose invece con una scrollata di spalle indifferente. “Perché sto parlando con un altro uomo?”

“Ma non lo sai, allora? Non sai se è arrabbiato perché parli con me o perché gli importa di te?”

David fece una smorfia. Si voltò verso di me e mi rivolse un sorriso radioso pieno di falsa vivacità che non illuminò i suoi bellissimi occhi azzurri e non gli impedì neppure di aggrapparsi con insicurezza alla canottiera azzurra che glieli faceva risaltare così bene mentre si tendeva sui suoi addominali. Seguì con lo sguardo l’andatura di Richard, come se stesse aspettando che lo notasse. Non riuscivo a capire se voleva che Richard alzasse lo sguardo e lo vedesse in mia compagnia oppure no.

Era doloroso guardarlo: voleva che la rabbia del suo uomo fosse per lui. Era chiaro che non era così, e aggiunsi mentalmente un altro punto alla lista ‘motivi per cui Richard non lo merita’.

“Allora, adesso?” David si scosse e tornò a concentrarsi su di me.

A quanto pare avremmo ignorato Richard fino a quando non fosse più stato possibile. “Tieni.” Gli consegnai una placca vistosa con un leprecauno in argilla che sorrideva rivolto alla sua pentola d’oro. “Piazzala là sopra, credo.” Indicai il ripiano sopra alle nostre teste. “Stavi per chiedermi qualcosa?”

Lui salì sul bancone instabile e abbassò lo sguardo. “Certo che è traballante.”

Alzai le mani e gli afferrai i fianchi perché non perdesse l’equilibrio, e lui sorrise.

“Meglio, Ian. Grazie.”

“Va bene su quel ripiano. Penso ci sia già un chiodo.”

“C’è.” Si prese tutto il tempo del mondo per appendere la placca, però, e rischiai di farmi sanguinare la lingua vista la forza con cui la stavo mordendo nel tentativo di mantenere la concentrazione, e lasciare le mani dove si trovavano, al sicuro sulla sua anca.

“Non è mio,” mormorai al mio uccello. “Non lo tocco. Chiudi il becco.”

“Come, scusa?” Si accovacciò e mi appoggiò le mani sulle spalle per non cadere prima di scendere con un salto. Per un istante, mi trovai davanti la visione migliore e allo stesso tempo peggiore del mondo. I pantaloncini corti gli si ammucchiarono sull’inguine mostrando le cosce muscolose e le gambe pelose, e tutto era lì in bella vista per me. Ed era terribile, perché presto il semplice guardare non sarebbe più bastato e non avevo alcun diritto di toccare. Era già impegnato. Molto, molto impegnato.

“Ho detto qualcosa che ti ha dato fastidio?” Si chinò verso di me, saltò e le sue scarpe da trekking colpirono il palco con un tonfo che riecheggiò nello studio. Poi si sollevò, sempre con le mani sulle mie spalle, il respiro caldo sul mio viso. Il profumo di sesso e sudore ci avvolse.

“No,” gracchiai, e lui, il bastardo, sorrise.

Sorrise! Le sue labbra, sghembe e pigre, si sollevarono verso l’alto e spostò il peso in modo che i fianchi si voltassero verso di me. “E cos’è che non devi toccare, mi chiedo?”

Oh, merda.

“N-nulla.”

“Certo, e non dimenticarlo. Le regole sono fatte per essere infrante, no?”

Annuii. “Tu ne infrangi parecchie, ho idea.”

Il suo sorriso cedette appena, ma le sue mani rimasero ferme.

“Dovremmo finire.”

Giuro che pensai stesse per toccarmi il viso. Si tese un centimetro in più verso di me, ma lanciò un’occhiata alle mie spalle e si ritrasse bruscamente. “Ehi, Ricky!” Salutò con una mano qualcuno alle mie spalle. “L’hai trovato?” Il suo sorriso era un po’ troppo ampio per essere genuino.

Richard si limitò a ringhiare e proseguì il cammino, senza dubbio con l’intenzione di lamentarsi e sgridare le costumiste, dato che era diretto da quella parte.

Il mio fastidio nei confronti di Richard, che continuava a catturare l’attenzione dell’uomo per cui provavo un profondo desiderio carnale non tanto segreto, mi permise di calmare le mie reazioni fisiche. Mi spostai in modo che David potesse raggiungere le bottiglie che stavo provando a organizzare.

“Non hai allenamento, oggi?” domandai.

Mi lanciò un’occhiata, quasi beccandomi mentre gli fissavo il sedere, e il suo sorriso falso si trasformò in uno più onesto. “No. La stagione del rugby è finita. Per adesso sono solo un twink dal sedere disponibile.”

“Cristo!”

Arretrai, e nel farlo inciampai su una scatola di decorazioni per il set finendo con il culo dall’altro lato. Sarei potuto finire direttamente oltre il bordo e giù dal palco se David non si fosse mosso in fretta e non mi avesse afferrato il braccio con la sua presa sicura.

“Stai bene?”

“Sì.”

Mi sollevò con tanta forza che gli finii praticamente tra le braccia. Dio, aveva un profumo così buono…

E non era un twink. Nonostante avesse con tutta probabilità cinque anni meno di me, e fosse più basso di una testa intera, nulla del suo aspetto fisico ricordava i twink. Aveva le spalle troppo larghe, ed era troppo muscoloso per quell’etichetta. E aveva anche troppi peli. Sospettavo si autodefinisse in quel modo più che altro per la sua promiscuità e la mancanza di risorse, e non per un’immagine distorta che poteva avere del suo fisico.

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